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Sinistra Democratica Sersale

Rimpasto subito, dimezzare i ministri

sindemsersale | 09 Giugno, 2007 22:39

Intervista a Fabio Mussi pubblicata su La Stampa il 31 maggio 2007
di Riccardo Barenghi

«E' una sconfitta elettorale brutta e seria, un colpo durissimo per tutta l'Unione e il governo.  Al Nord e non solo al Nord.  Bisogna reagire subito, reagire con un colpo di reni».    
<Mussi, ministro dell'Università e Ricerca, nonché leader della Sinistra democratica che ha appena abbandonato i Ds, non fa sconti.

E quale sarebbe il colpo di reni?

«Non possiamo stare fermi sulle gambe come il pugile che ha appena preso un cazzotto in faccia.  Dobbiamo muoverci.  E allora io chiedo un'immediata riunione di tutta l'Unione, insomma un vertice di maggioranza che lanci un forte messaggio al Paese».

Di messaggi ne parlano tutti i leader tutti i giorni, il suo quale sarebbe?

«Il mio è molto, molto concreto. propongo una ristrutturazione del governo, un vero e proprio rimpasto.  Ma con l'obiettivo di ridurre drasticamente il numero di ministri e sottosegretari.  Una pletora da vergognarsi mentre in Francia Sarkozy ha formato un esecutivo di 15 ministri, con dentro sette donne.  Questo è il modello che dobbiamo seguire.  Ma subito».

E lei sarebbe disposto a lasciare il suo ministero?

«Assolutamente sì, sono a disposizione.  Il lavoro che faccio mi piace, ma bisogna che ognuno di noi si metta in gioco se vogliamo reagire».

E questo sul piano dell'immagine, invece sulla sostanza politica cosa cambierebbe?

«Intanto si tratta di un'immagine piuttosto sostanziosa.  In ogni caso, mi pare che il governo abbia i motori fermi, trova grandi difficoltà a tenere aperto il dialogo con la società, a sollevare consensi e energie.  Penso allora che dovremmo cambiare radicalmente la linea di politica economica e sociale.  Contrastando la povertà, sostenendo il lavoro in tutte le sue forme (gli operai hanno salari da fame e i giovani sono tutti precari, ancor di più le donne), spingere sull'innovazione, cioè scuola, ricerca, tecnologia, e riformare la politica, dai suoi costi alla legge elettorale».

Lei parla di cambiamento radicale della politica economica, in altre parole il ministro Padoa-Schioppa deve lasciare?

«Io penso che lui abbia fatto un eccellente lavoro per risanare il bilancio del Paese, è la cosa migliore del nostro governo.  Ma non si può restare piantati a custodire il tesoretto, è un esercizio deprimente.  Il bilancio risanato non è un feticcio che sta lì e tutti lo guardiamo incantati.  Serve a fare altro, aiutare il lavoro, l'impresa, risarcire chi ha di meno, investire sulla formazione...  Dopo di che io non faccio questioni di uomini e di nomi, parlo di scelte politiche da compiere.  E che devono essere molto diverse da quelle compiute finora».

A proposito di scelte e di uomini, il premier Prodi nell'intervista di ieri a «Repubblica» accusa gli alleati di non lasciarlo governare e avverte: o decido io o me ne vado.

«Questa sua sfida agli alleati mi turba.  Il braccio di ferro non mi pare fertile, piuttosto cerchiamo di ritrovare una coesione ridefinendo il Programma, il Progetto che oggi non sono affatto chiari.  Io non so chi abbia impedito a Prodi di decidere, ma penso che per evitare mille voci che si sovrappongono dopo aver preso le decisioni, ne occorrono cento che parlino prima di prenderle, le decisioni.  Non esistono governi monocolore a voce unica, neanche negli Stati Uniti.  Governare significa comunque governare il pluralismo».

A proposito di pluralismo, lei e i suoi compagni ex diessini, abbandonata l'avventura del Partito democratico, avete già stampato 150 mila tessere della vostra Sinistra democratica.  Dica la verità: volete fare un altro partito?

«Premetto che i risultati elettorali ci danno ragione, il nascente Partito democratico proprio non attira.  Anzi perde.  Ma a me un altro Partito proprio non interessa, vogliamo misurare la nostra forza - e i primi segnali, anche elettorali, sono piuttosto incoraggianti - con l'obiettivo di unire la sinistra radicale.  Il vertice di domani (oggi, ndr) con Giordano, Pecoraro Scanio e Diliberto serve intanto a mettere giù un'agenda di questioni, soprattutto sociali, sulle quali muoversi uniti.  Ma il mio progetto è di arrivare a un'aggregazione di queste forze e di altre, penso anche ai socialisti di Boselli, che possa presentarsi insieme agli elettori già alle amministrative dell'anno prossimo».


31 Maggio 2007

La sinistra affronti il richiamo di Draghi

sindemsersale | 09 Giugno, 2007 22:31

da Il Riformista del 5 giugno 2007

di Valdo Spini

Trovo che la relazione del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi non sia stata sufficientemente discussa nella sinistra, almeno in quella che si riferisce ad un moderno socialismo europeo. Invece essa, nella sua oggettività, che è  al tempo stesso prepolitica e che stimola a scelte politiche, dovrebbe essere oggetto di una particolare riflessione proprio per chi si propone scelte riformiste rigorose.
Il punto fondamentale è che, nel nostro paese, la crescita è ripresa ma a livelli ancora inferiori a quelli europei.
Da un lato, allora, Mario Draghi ricorda che gli interessi sul debito rappresentano il 4.5% del PIL, un peso molto grave sul bilancio del nostro paese, e quindi che occorre prioritariamente “aggredire“ il debito pubblico, dall’altro il Ministro Paolo Ferrero (di Rifondazione Comunista) risponde “se salari e pensioni non crescono, come aspettarsi una crescita dei consumi?”.
Entra in campo così un altro tema di grande rilevanza per il nostro sviluppo economico. Come ha osservato Francesco Giavazzi (Corriere della Sera 4/6/2007), la spesa delle famiglie rappresenta oltre i 2/3 della domanda totale per i beni e i servizi prodotti dalle nostre imprese:  se essa non cresce è difficile che la produzione si espanda. E, di fatto, così è avvenuto. Di qui un’indicazione possibile: perché non si fanno delle simulazioni sull’incremento del PIL che si potrebbe conseguire agevolando i consumi di quelle classi sociali che hanno dovuto per forza di cose reprimerli, e non si cerca di prevedere se questa crescita addizionale non potesse, alla fine, produrre altre risorse da destinare alla lotta contro il disavanzo pubblico. In altre parole, quello che si potrebbe dare a pensioni e salari provocherebbe un incremento della domanda interna e quindi del Prodotto Interno Lordo e di conseguenza anche possibilità aggiuntive di risorse per coprire il disavanzo pubblico. E’ una discussione che varrebbe la pena di fare. In secondo luogo, quando c’è una scelta di politica economica difficile, in questo caso tra le esigenze di risanamento del debito e quelle di operare una necessaria redistribuzione del reddito, questa la si può più facilmente affrontare se si riesce a dare un deciso impulso alla produttività del lavoro. Di qui il tema che Draghi ha posto, di una serie di riforme, a cominciare da quella dell’istruzione, che sono decisive per realizzare tale incremento di produttività. Un obiettivo che, in se, non è né di destra né di sinistra ma che può diventarlo a seconda dell’utilizzazione che ne verrà fatta.
Prendiamo un esempio particolarmente significativo, il discorso “all’anglosassone”, che Mario Draghi fa sulla necessità di potenziare la domanda di istruzione aiutando gli studenti meritevoli, piuttosto che proliferando le sedi (per la verità, un freno in questa direzione è stato introdotto proprio dal Ministro Fabio Mussi.) Naturalmente, l’aiuto agli studenti meritevoli e più disagiati rimanda al problema della trasparenza del reddito dei cittadini italiani, e quindi della lotta all’evasione fiscale, senza la quale meccanismi di questo genere danno degli esiti paradossali.
E’ possibile collegare il tema delle riforme a quello della redistribuzione del reddito e non considerarli come una sorta di termini in contrapposizione? Questo è il vero compito di una sinistra di governo, cioè di una sinistra che sa evitare quella contrapposizione tra sinistra riformista e sinistra alternativa che alla fine fa il gioco della destra. Infatti, anche da sinistra, si deve accettare, in tutta la sua importanza, il richiamo fatto da Mario Draghi in merito ad un livello di pressione fiscale troppo elevata, che si traduce in una punizione per i contribuenti onesti e in una penalizzazione dell’attività produttiva e dei servizi.
Ecco che allora il dibattito sulla relazione del Governatore, anche in vista del DPEF che il Governo dovrà presentare, contiene una serie di dati e di indicazioni che una sinistra riformista rigorosa deve assolutamente affrontare.


05 Giu 2007

Se la politica diventa giovane

sindemsersale | 09 Giugno, 2007 22:29

Lettera al direttore pubblicata da L'Unità il 6 giugno 2007
di Giovanni Berlinguer

Caro Direttore,

 leggendo i commenti sulla politica d’oggi, sento dire spesso che i giovani non la frequentano, anzi la respingono. Avrei voglia di rispondere, in questi casi, che la colpa è della politica, perché essa allontana i giovani, non essendo i suoi metodi molto esaltanti ed i suoi spazi molto accessibili.
Vorrei anche aggiungere che essi hanno qualche ragione per diffidarne, a causa dell’incuria, delle omissioni e delle distorsioni, perpetrate nei confronti delle loro esigenze, che hanno caratterizzato quasi tutti i recenti governi, dalle carenze del sistema scolastico alla moltiplicazione del lavorio precario e a un sistema pensionistico che rischia di escluderli.
 Malgrado ciò, vedo crescere rapidamente, tra giovani e giovanissimi, col contributo di buone volontà o di istituzioni locali, un interesse diffuso per la cultura. Solo negli ultimi mesi vi sono state originali manifestazioni nei campi più disparati, presentate con rigoroso livello congiunto a forme spettacolari, che sono state seguite in modo attento e appassionato da migliaia di giovani. Mi riferisco al festival delle letterature di Mantova, alle lezioni di economia e finanza svolte a Trento, alle scuole aperte di matematica, alle lezioni di storia di Roma, dalla nascita ad oggi, presentate nel grande Auditorium, insufficiente a raccogliere tutti. Mi riferisco anche al nascere di “scuole politiche”, avviate da associazioni o da partiti, e a personalità politiche che svolgono conferenze itineranti con temi e toni che vanno oltre le polemiche quotidiane e che possono costituire un antidoto alle invadenti, devastanti e scoraggianti esibizioni televisive dei soliti noti.
 Da questi eventi maggiori, e da molteplici notizie e sensazioni minori, traggo l’impressione che il divorzio tra cultura e politica, durato ormai un ventina d’anni, possa avviarsi a una qualche ricomposizione; e ne vorrei dare una personale e recente testimonianza.
 Mi riferisco al Progetto Gutemberg della città di Catanzaro, quinta edizione, intitolato “Fiera del libro, della Multimedialità e della Musica”.
 Avviato nel 2003 dal Liceo classico Galluppi e dal suo preside Armando Vitali, esteso poi a molte scuole della Calabria e ai ragazzi delle media, ha compreso concerti e spettacoli, mostre di pittura, di fotografia, attività mediatiche e multimediali, mostre didattiche, e soprattutto libri e libri da leggere e da commentare. La formula è stata molto semplice: proporre libri meritevoli di attenzione alla discussione degli alunni (o accogliere le loro proposte), per poi lavorarci insieme nelle classi, studenti e insegnanti, e arrivare infine al confronto diretto con gli autori e con altri interlocutori.
Dal 28 maggio al 1° giugno la città è stata animata dalle scuole, e le aule sono state terreno delle molteplici domande, contestazioni, proposte dei giovani, sugli argomenti più disparati: la Palestina e il Medio Oriente, l’incontro tra civiltà, i codici matematici, il futuro del clima, la bioetica, la democrazia che non c’è, la Costituzione fra memoria e futuro, le città della Magna Grecia, il rapporto fra musica e letteratura, la memoria critica del comunismo, l’etica e la politica in Platone, e così via per cinque giorni, seguito ogni sera da concerti e spettacoli.
 Tutto ciò mentre sentiamo ripetere come una filastrocca per i bambini che “si allarga la frattura tra i cittadini e i palazzi”. Ma vorrei dire che ci sono palazzi e palazzi. Questione di contenuti e di contenitori, di valori e di persone, di pratiche partitiche e canali di partecipazione. La scuola, il suo essere momento fondamentale della costruzione della coscienza e del saper stare insieme come cittadini, torna ad essere un avamposto decisivo per sedimentare un comune senso civico fatto di diritti e doveri, di libertà e rigore. Nel mondo dell’educazione e della cultura, ma potrei dire le stesse cose per la sanità, situazioni ed esperienze come quella di Catanzaro sono meno isolate di quanto possa apparire a prima vista.
 Davanti agli studenti e ai loro insegnanti ho sentito quanto sia insieme urgente e possibile ristabilire legami di fiducia tra lo Stato e i cittadini. Non è vero e non è giusto affermare che le istituzioni sono popolate solo di inquisiti e di sfaccendati, mentre le persone libere e perbene - la società civile per capirci - vengono emarginate, oppure preferiscono starsene alla larga. La legge elettorale del centrodestra, con i suoi meccanismi di “nomina degli eletti” da parte dei vertici di partito, è stata come il sale sulle piaghe. I partiti si sono ancor più arroccati, chiusi al dialogo, sordi alle richieste di pulizia, trasparenza ed efficacia che vengono in particolare dai lavoratori, dai giovani e dalle donne.
 I “costi della casta”, per dirla con la fortunata espressione del libro di Rizzo e Stella, sono sotto gli occhi di tutti, e ben vengano tutte le misure per tagliare sprechi e ridurne il peso sui bilanci pubblici. Ma penso, e mi auguro, che si debba innanzitutto cambiare il clima di questo nostro paese diviso e arrabbiato. Un clima che premi la passione, la voglia di far bene, che restituisca il gusto di dire la propria, di contare, di esserci. Che dia senso e futuro all’entusiasmo che ho colto in quei giovani che si sono appassionati a leggere un libro, vedere uno spettacolo, discuterne tra loro e confrontarsi con gli autori e gli attori, che erano lì, a portata di mano e di voce, e non freddi e distanti come i leader dei partiti ospiti in questo o quel salotto televisivo.

 
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